Thom Yorke e la nostalgia di Creep

Si dice che Thom Yorke abbia smesso di suonare dal vivo Creep quasi immediatamente dopo la sua uscita. Non poteva sopportare il fatto di essere identificato con quel pezzo come una qualsiasi boy band. L’idea di essere riconosciuto e osannato solo per quel brano storico che ancora oggi si canta nei falò di tutto il mondo era lontana dalla sua idea di artista e dalle sue ambizioni di rivoluzionare il mondo del rock. Apprezzabile, oltre che legittimo. Da allora tutta la sua carriera è stata il tentativo di annullare quel momento primordiale, quel suo big bang personale. Sia nella struttura canzone,  attraverso il rifiuto della melodia semplice, la sperimentazione sonora, il graduale rifiuto ad esempio della chitarra o della struttura classica di una band; sia nella sua relazione con il pubblico e il rifiuto della categoria rockstar, dell’industria musicale, della compiacenza dei fans. E’ grazie a questo processo interiore, che si è riflettuto nei lavori successivi, che abbiamo avuto capolavori come KidA, Amnesiac, idee come il live session, l’idea rivoluzionaria di In Rainbow del “paga quanto vuoi”, fino all’ultimo tweet con cui ha annunciato il suo ultimo lavoro e che recitava più o meno così: “ho fatto qualcosa, spero vi piaccia”. L’ultimo lavoro di Thom è una tappa successiva in questa fase di annullamento del Radiohead fenomeno pop, in questa ricerca ormai portata agli estremi della forma canzone e della sperimentazione. In questa ultima fase, non troppo distante dall’ultimo album collettivo dei Radiohead o dal suo primo in solitario The Eraser, Thom esaspera ulteriormente questa maledetta ricerca dell’essere fuori da tutti gli schemi, dell’industria musicale ma anche della musica pop. Però, ascoltando sia l’album che  il suo ultimo singolo, mi sorge un dubbio. Mi chiedo se in definita, questo auto-negarsi, questo continuo sfuggire dagli schemi non si sia trasformato per Thom in una nuova gabbia, un nuovo dover essere, in questo caso un dover essere cool a tutti i costi, essere superiore a quel se stesso, a quel creep primordiale. Lo guardo con questo nuovo taglio di capelli alla moda, compiaciuto della sua forma senza forma, dei suoi tomorrow’s modern boxes e mi chiedo che ne è stato di quel giovane disadattato che voleva sfondare le barriere del pop. Alle volte mi manca, ci manca quel momento di triste abbandono a due note semplici, a melodie scazzate e prive di ambizione, alla semplicità fuori dalla ricerca e al tocco geniale di Jhonny Greenwood. Ci manca quel Thom  Yorke che con un semplice giro in quattro quarti, una voce spaventosa, una batteria regolare, una chitarra arpeggiata alternata ad una distorta, ci faceva guardare allo specchio e chiederci, what the hell am I doing here, I don’t belong it.  O magari, chissà, è solo nostalgia di quello che eravamo.

yorke

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