Decostruzione dell’antropologo sociale

L’antropologo sociale è una figura per lo più esterna alla storia.

Passa il tempo a riflettere sul mondo come se fosse un alieno uscito da chissà quale riflessione epistemologica per analizzare con lo squarciante sguardo decostruzionista tutto ciò che gli passa tra le mani. Per un antropologo sociale, ogni cosa va decostruita. La politica, la società, la razzismo, la razza, la vulnerabilità sociale, la salute, la violenza, il terzo settore, la coppia, la medicina, la religione, il sistema sociale, la migrazione, la tecnologia.

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Tutto quello che prima esisteva e aveva una vita normale, dopo essere passato dalle mani di un antropologo sociale è un concetto spacciato. Diventa una costruzione sociale. La peggiore delle categorie che possano esistere. E in quanto tale, va decostruita attraverso genealogie, archeologie e altri concetti postmoderni molto moderni, per lo più figli delle teorie francesi. Un buon antropologo non è un buon antropologo se non cita in una parte della sua esposizione almeno un concetto di Michel Foucault. Non importa quale.

Per chi non si chiarisse ancora il significato del termine decostruzione si potrebbe dire che somiglia all’atto di smontare qualcosa. Ma invece che oggetti, l’antropologo smonta i concetti. Una parola, un comportamento, un’azione. Con il suo bagaglio di strumenti che ha rubato a filosofi come Foucault, Derrida, Deleuze o altri pensatori di moda, prende un qualsiasi concetto e lo riesce smontare in pochissimo tempo.

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L’antropologo sociale è molto soddisfatto quando smonta concetti di moda nelle politiche di governo. Lo fa utilizzando anche teorie neo marxiste o comunque prospettive critiche che lo fanno sentire molto vicino alla gente e molto intellettuale critico. Alle volte per difendere il proprio approccio contro il potere egemonico etnocentrico del male, utilizza persino principi come i diritti umani che poi sono uno dei principali risultati dell’egemonia occidentale. In tanti altri casi decostruisce pure i diritti umani.

L’Antropologo sociale vive di contraddizioni e se ne rende conto. Per questa ragione, prima del pensiero decostruttivo opera un esercizio ancora più risolutivo, che è la autodecostruzione. L’antropologo lo chiama posizionamento, riflessività, soggettività. Per i non addetti, masturbazione.

E’ quell’atto per il quale, prima di smontare le cose, l’antropologo deve auto smontarsi, criticarsi in quanto soggetto informato, posizionato, saturo della propria soggettività. Così gran parte delle analisi antropologiche devono prima svolgere quella premessa di auto criticarsi, auto inverarsi, magari richiamando il ruolo nefasto delle scienze sociali e della modernità illuminista nei drammi del novecento tipo Auschwitz. Citando Bauman o Adorno.

 State attenti se li incontrate. Gli antropologi arrivano dappertutto. Schiere di antropologi di ogni parte, con questi strumenti si muovono dappertutto per criticare qualsiasi cosa. Le vittime principali dell’antropologo sono le politiche degli Stati e dei governi, o anche quelle del capitalismo. Lì l’antropologo sente di essere quell’intellettuale organico di gramsciana memoria, addirittura con il vantaggio di essere sul campo, di parlare con la gente e di costruire le sue teorie a partire dalle parole delle sue vittime. Volevo dire dei suoi soggetti di studio. Ma non cullatevi, la prossima vittima potreste essere voi. Le vostre famiglie, le vostre case, le vostre credenze. 

Arrivati a questo punto, non abbiate paura. L’antropologo è fondamentalmente innocuo. Una volta che ha abbaiato contro il sistema, contro le logiche disciplinari, una volta che ha decostruito il sistema e tutte le sue ramificazioni, la sua attività si esaurisce lì.

La sociologia positiva non fa per lui, la sociologia positiva è il male. La creazione di alternative sostenibili ai problemi che affronta è un atto di sporcizia intellettuale che non si può permettere, chissà quali crimini favorirebbe, quali nuovi Auschwitz. L’antropologo è molto geloso della sua moralità, non si sporca le mani. Mostra le mani sporche degli altri.

La decostruzione gli è sufficiente. Rende l’antropologo felice. Gli permette di godere di quel senso di superiorità con la quale può vedere tutto e tutti dall’esterno. O meglio, dall’alto.

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4 risposte a Decostruzione dell’antropologo sociale

  1. Marie-Laure Schick ha detto:

    Una crítica interesante pero insuficiente. No toma en cuenta todas las auto-críticas que los antropólogos hacen sobre su disciplina, sus límites, las relaciones entre investigación e implicación social. La forma según la cual una buena parte de los antropólogos se involucran en lo social, según diferentes modalidades.
    Luego, la forma según la cual sus investigaciones influyen el ambiente social, la instrumentalización del saber antropológico por los políticos (y sus consecuencias, buenas o malas). Por eso en mi opinión la primera afirmación, “L’antropologo sociale è una figura per lo più esterna alla storia”, es totalmente errónea, con todo el respeto que debo al autor. Veo más bien en el trabajo del antropólogo un constante vaivén entre la necesidad de tomar distancias para deconstruir las categorias, los conceptos, y la voluntad de implicarse, de participar en los acontecimientos.
    Por fin, pienso que el corazón de este artículo es un cuestionamiento sobre las finalidades de la antropología – y desde una perspectiva más amplia, de las ciencias sociales – es decir, sobre la frontera que separa (o debería/no debería separar…) las ciencias sociales de la política. Un debate gigantesco al cual los antropólogos dan diversas respuestas.

  2. alesiclari ha detto:

    Marie Laure, claro que se trata de una critica insuficiente y irónica. Soy un antropólogo. 🙂
    El articulo nace de una decepción hacia una disciplina que se auto felicita de sus capacidades deconstructivas y perspectivas teóricas y un mundo académico que (en los casos mejores) vive en esta tension entre teoría y applicacion sin ninguna salida concreta.
    Creo que faltan instrumentos teóricos y prácticos que permitan de sacar esta disciplina de su “olimpo” y llevarlo a confrontarse con la realidad, sus categorías, sus construcciones de manera propositiva.

    Cuando digo que el antropólogo es externo a la historia, hago una exageración, una provocación. Lo digo porque me gustaria verlo salir fuera de las universidades y ensuciarse las manos.
    Y cuidado, no hablo de una antropología “militante”. Ya tenemos demasiados militantes. Hablo de una profesión antropológica que sepa dialogar también con las políticas, influir sobre “la governamentalidad” (como dice Foucault) 🙂 y proponer soluciones creativas a los problemas.

    Porque los problemas siguen allì, aun que nosotros los hemos deconstruidos y hemos deconstruido las solucciones.

    • Marie-Laure Schick ha detto:

      Lo mejor sería entonces decir que escribes de forma provocativa y parcial para suscitar un cambio, porque sino, puede ser mal interpretado…

      Comparto contigo algunas perspectivas críticas sobre nuestra disciplina, pero pienso que sería necesario precisar de que tipo de antropología hablas. Veo, por ejemplo, una diferencia gigantesca entre la antropología como se ha desarrollado en Europa y, luego, en América latina, en cuanto a los lazos entre la académia y la política. No hay una antropología sino antropologías, según el lugar de donde se emite, la corrientes internas etc.

      En cuanto al diálogo, sabes como yo que la frontera entre el militantismo y el saber (que puede ser compartido para ensuciarse las manos) es difícil de trazar…

      Bueno,al final, tenemos la misma meta: los dos queremos ensuciarnos las manos!

  3. alesiclari ha detto:

    Marie Laure, no soy un académico, no tengo que presentar textos a conferencias de EASA, ni presentar meta textos de introducción. Escribo como me da la gana. Y sobre todo no quiero ser exaustivo. Participé a una conferencia sobre la migración donde los autores deconstruyan el concepto de fronteras, de control, etc y todo se acababa alli, como si fueran simplemente satisfechos de este trabajo de deconstrucción. Me ha salido este texto entre el provocativo y el divertido, creo que represente una típica forma de antropología europea “post moderna”. Y me ha gustado ver como los antropologos hayan compartido el texto, con el espirito de auto critica que tienen en su código genético. De la misma forma, me ha sorprendido ver como el texto se haya leído mucho en América latina, donde, como tu dices, hay una antropología con una historia muy diferente. En todos casos, mis manos estan ya “sucias”, lastima que he tenido que renunciar a mi formación antropológica para poder intentar de ser un minimo constructivo.
    Saludos!

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