What we talk about when we talk about… impact

Ho preso a prestito un titolo di Raymond Carver per descrivere un concetto sempre più alla moda nel panorama del terzo settore ma che non smette di provocare confusioni, dubbi, reazioni scomposte. E ho scelto volutamente un testo della letteratura minimalista con l’ambizione di essere il più possibile conciso e concreto. Un dibattito si aggira per il web ed è quello che circonda la misurabilità degli impatti sociali. Detto in soldoni, fino a che punto è possibile sapere se un intervento in un ambito sociale ha prodotto gli effetti sperati, se ha raggiunto gli obiettivi che si era preposto? In UK, l’80% delle organizzazioni cerca di rispondere a questa domanda, in Italia solamente un’organizzazione su tre si chiede se alla fine dei conti le sue iniziative hanno condotto a qualche cambiamento concreto.

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Qualche giorno fa, durante il Workshop sull’impresa sociale, il professor Carlo Borzaga ha messo in guardia dalla dicitura inclusa nel nuovo disegno di legge secondo cui le imprese sociali dovrebbero produrre “impatti sociali positivi misurabili”. Il rischio, ribadito su questo giornale, è che questo comporterebbe un costo eccessivo per piccole realtà, oltre che rappresentare un freno all’innovazione. Qualche giorno dopo, c’è chi ha criticato questi “tabù” sostenendo che non può esistere innovazione senza misurazione. La differenza di approccio, mi si permetta di interpretare, sta probabilmente nel fatto che mentre qualcuno guarda alla valutazione dell’impatto come a un processo interno di trasformazione, l’altro lo vede come un sistema esterno di rendicontazione.

Ma allora di cosa parliamo quando parliamo d’impatto? Il termine è oggettivamente ambiguo, complesso. Altrettanto lo sono i meccanismi, le metriche, con cui varie scuole teoriche hanno cercato di valutarlo, misurarlo, persino calcolarlo. Ma la domanda che porrei al professor Borzaga e che ogni organizzazione che opera nel terzo settore dovrebbe porsi è la seguente: è possibile sapere di stare innovando, di stare sviluppando dei modelli efficienti, efficaci, pertinenti senza qualche forma di misurazione dei propri risultati? E ancora, è possibile sapere di stare facendo qualcosa bene, o meglio di come si faceva prima, senza chiedersi dall’inizio e senza chiedere ai propri beneficiari e ai cosiddetti stakeholders cosa è cambiato, cosa sta cambiando nelle loro vite, nelle loro istituzioni, grazie ad uno specifico intervento?

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La misurazione dell’impatto non è (non dovrebbe essere) una gabbia di regole e criteri all’interno della quale si rinchiudono e si costringono le iniziative sociali. Non è (non dovrebbe essere) un meccanismo per fornire risultati ad un ente censore esterno o ad un “impact investor” senza scrupoli. La misurazione è (dovrebbe essere) un processo, una cultura che fa dell’osservazione, dell’auto-osservazione e dell’apprendimento costante un motore del cambiamento. Dovrebbe fornire meccanismi di comparazione e apprendimento tra realtà che operano negli stessi settori e con finalità simili. Le metriche dovrebbero per questa ragione mantenere un carattere aperto, una flessibilità metodologica capace di includere e integrare meccanismi nuovi prodotti dalla ricerca e dalla sperimentazione. Allo stesso tempo, questo sì, dovrebbero anche garantire una certa forma di comunicabilità tra interventi e quindi per lo meno un linguaggio comune, un foglio di indicazioni e indicatori su cosa è possibile misurare, come, per quali obiettivi. Misurare è difficile, ma come ha detto qualche giorno fa Stefano Zamagni alle Giornate di Bertinoro, non è per nulla impossibile. E provarci è utile e necessario per tutti. Per questa ragione, l’idea recente di un gruppo di fondazioni e organizzazioni di andare verso un processo condiviso come Social Value Italia, non può che essere vista con speranza e curiosità.

Che la legge debba includere il concetto di misurabilità è forse superfluo, per certi versi persino pericoloso. Tra l’altro, non è mai stata la legge a modificare una cultura, semmai il contrario. Ma se la legge e i suoi strumenti attuativi arrivassero a definire degli incentivi in termini di risorse basati sull’innovazione, se incoraggiassero ad una cultura della trasparenza e dell’accountability (come si dice in italiano?), sono sicuro che anche i più scettici inizierebbero a mettere da parte i loro tabù, a gettare il cuore oltre l’ostacolo del realismo e ad apprezzare questa parola così ambigua e così trasformatrice.

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Thom Yorke e la nostalgia di Creep

Si dice che Thom Yorke abbia smesso di suonare dal vivo Creep quasi immediatamente dopo la sua uscita. Non poteva sopportare il fatto di essere identificato con quel pezzo come una qualsiasi boy band. L’idea di essere riconosciuto e osannato solo per quel brano storico che ancora oggi si canta nei falò di tutto il mondo era lontana dalla sua idea di artista e dalle sue ambizioni di rivoluzionare il mondo del rock. Apprezzabile, oltre che legittimo. Da allora tutta la sua carriera è stata il tentativo di annullare quel momento primordiale, quel suo big bang personale. Sia nella struttura canzone,  attraverso il rifiuto della melodia semplice, la sperimentazione sonora, il graduale rifiuto ad esempio della chitarra o della struttura classica di una band; sia nella sua relazione con il pubblico e il rifiuto della categoria rockstar, dell’industria musicale, della compiacenza dei fans. E’ grazie a questo processo interiore, che si è riflettuto nei lavori successivi, che abbiamo avuto capolavori come KidA, Amnesiac, idee come il live session, l’idea rivoluzionaria di In Rainbow del “paga quanto vuoi”, fino all’ultimo tweet con cui ha annunciato il suo ultimo lavoro e che recitava più o meno così: “ho fatto qualcosa, spero vi piaccia”. L’ultimo lavoro di Thom è una tappa successiva in questa fase di annullamento del Radiohead fenomeno pop, in questa ricerca ormai portata agli estremi della forma canzone e della sperimentazione. In questa ultima fase, non troppo distante dall’ultimo album collettivo dei Radiohead o dal suo primo in solitario The Eraser, Thom esaspera ulteriormente questa maledetta ricerca dell’essere fuori da tutti gli schemi, dell’industria musicale ma anche della musica pop. Però, ascoltando sia l’album che  il suo ultimo singolo, mi sorge un dubbio. Mi chiedo se in definita, questo auto-negarsi, questo continuo sfuggire dagli schemi non si sia trasformato per Thom in una nuova gabbia, un nuovo dover essere, in questo caso un dover essere cool a tutti i costi, essere superiore a quel se stesso, a quel creep primordiale. Lo guardo con questo nuovo taglio di capelli alla moda, compiaciuto della sua forma senza forma, dei suoi tomorrow’s modern boxes e mi chiedo che ne è stato di quel giovane disadattato che voleva sfondare le barriere del pop. Alle volte mi manca, ci manca quel momento di triste abbandono a due note semplici, a melodie scazzate e prive di ambizione, alla semplicità fuori dalla ricerca e al tocco geniale di Jhonny Greenwood. Ci manca quel Thom  Yorke che con un semplice giro in quattro quarti, una voce spaventosa, una batteria regolare, una chitarra arpeggiata alternata ad una distorta, ci faceva guardare allo specchio e chiederci, what the hell am I doing here, I don’t belong it.  O magari, chissà, è solo nostalgia di quello che eravamo.

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Lettera da Barcelona

Cari amici,

Qualche giorno fa ho scoperto che avrei potuto votare anch’io al referendum sul futuro politico della Catalunya. Ho accolto la notizia con un certo stupore, ma anche con un grado di intima soddisfazione: da circa tre anni ormai, vivo le tensioni tra Spagna e Catalunya da osservatore esterno residente a Barcelona, circondato da amici catalani e catalanisti, inconsapevole di stare gradualmente acquisendo diritti politici. Non saprei bene come spiegarvelo, ma credo di avere provato una sottile sensazione di piacere all’idea di potere esprimere la mia opinione. Mistero della democrazia.

Forse per mia fortuna, il problema sul se e come votare e il rischio di compromettere amicizie storiche probabilmente non si porrà. Praticamente subito dopo il decreto che annunciava il voto, il Tribunale Costituzionale accettava il celerissimo ricorso di Madrid, sospendendo il referundum per incostituzionalità. Il succo della decisione è che una parte della popolazione non può esprimersi sul futuro di un intero Stato. Da parte sua, il governo catalano, sostiene si tratti di un referendum consultivo e non vincolante e che una nazione in una democrazia matura dovrebbe potere avere il diritto di dire la propria sul proprio futuro. Ma, volente o nolente, ha dovuto indietreggiare, almeno formalmente, sospendendo la campagna informativa sul voto del 9 novembre, il #9N.

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La popolazione catalana però, aizzata da anni di campagne e di informazione monotematica, non dà segni di volere cedere sul proprio “diritto a decidere” e sul proprio diritto di sovranità. Subito dopo la sospensione, tutti i Comuni catalani erano presi d’assalto da decine di migliaia di persone che sfidavano la pioggia torrenziale e il Tribunale costituzionale. I partiti tradizionalmente indipendentisti come Esquerra Republicana (secondo le ultime elezioni europee il primo partito in Catalunya) e CUP invocavano la disobbedienza civile e chiedevano di continuare con l’organizzazione del referendum. Convergencia i Unio, partito tradizionalmente moderato, che sotto la guida di Artur Mas ha assunto posizioni più marcatamente indipendentiste, si trova sempre più spiazzato e diviso tra legalità e disobbedienza. Ma, come direbbero tra di loro, senza alcuna intenzione di ammainare le vele.

Negli ultimi anni, il governo centrale di Mariano Rajoy ha risposto alle richieste della Generalitat per una maggiore autonomia fiscale con rumorosi silenzi o con degli espliciti non se ne parla, appellandosi alle norme vigenti per affrontare un problema squisitamente politico. La Catalunya contribuisce al prodotto interno lordo spagnolo più di quanto riceva dalle politiche di ridistribuzione fiscale. E questo è un fatto. Com’è evidente, in periodo di crisi, quella che è percepita dalla popolazione come un’ingiustizia si acuisce di fronte ai tagli alla sanità, alla scuola e ai servizi pubblici. Negli ultimi anni, Artur Mas ha fatto di tutto per indirizzare i segni d’insofferenza sociale contro il centralismo spagnolo, alimentando l’insoddisfazione storica dei catalani e delle sue ricche classi dirigenti verso lo Stato spagnolo. La parola ‘indipendenza’ è recitata ovunque come un mantra libera tutti, le bandiere indipendentiste sui balconi delle città si sono moltiplicate esponenzialmente, la difesa e la promozione dell’identità e della lingua catalana sono sempre più evocate in qualsiasi manifestazione locale e nazionale e non c’è programma radiofonico o televisivo che non parli assiduamente della differenza catalana.

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Da osservatore italiano, per di più meridionale, faccio fatica a simpatizzare verso un movimento nazionalista e indipendentista che fa della propria capacità produttiva una giustificazione delle proprie aspirazioni nazionali. Per non parlare del fatto che provo una certa allergia epidermica verso le bandiere, indipendentemente dal colore. Ma sarei ingiusto se facessi l’errore grossolano di associare il caso catalano a quello, ad esempio, del Nord-Italia.

E’ abbastanza evidente che la tensione che si sta vivendo si struttura su questioni economiche e geopolitiche, simili a quelle di cui ha parlato sul vostro giornale Piero Bassetti. Ma la relazione tra la Catalunya e Madrid si basa innanzitutto su una tensione culturale che dura da vari secoli e che si traduce in regolari differenze di visioni su praticamente ogni cosa. Per farvi un esempio, se andate sulla versione catalana di Wikipedia, scoprirete che la Catalogna è un paese europeo costituito in comunità autonoma spagnola. La versione spagnola, invece, recita che la Catalogna è una comunità autonoma spagnola, riconosciuta come nazionalità storica. Cambiando l’ordine degli addendi, il risultato cambia eccome.

Periodi di ampia autonomia istituzionale ed economica, alternati ad altrettanti periodi di repressione culturale, economica e politica (tra i quali la dittatura franchista) hanno alimentato un astio e una diffidenza difficili da estirpare. Il governo spagnolo del Partito Popolare, da una parte glissa sulle questioni economiche e dall’altra cade in continue provocazioni centraliste sul sistema educativo catalano, o, sentite bene, sulla necessità di reintrodurre per legge le Corride in Catalunya…non facendo altro che esasperare questi sentimenti storici.

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Negli ultimi anni, milioni di persone di ogni appartenenza politica, età, situazione economica hanno invaso le città catalane in manifestazioni sempre più moltitudinarie e fortemente simboliche. Durante le partite del Barcelona, al minuto 17:14, il Camp Nou si riempie di cori che inneggiano all’indipendenza, facendo riferimento all’anno 1714, l’anno in cui Barcelona è caduta sotto il regno di Castilla, perdendo di fatto la propria autonomia storica. Qualche settimana fa, durante la manifestazione per il Tricentenario di quella data, ho visto amici insospettabili commuoversi di fronte alla possibilità di potere votare e vedersi riconosciuti come uno Stato.

Rajoy ha sempre risposto a questo sentimento sempre più viscerale facendo finta di non vedere. Adesso che si è entrati nel binario morto del voto sì o voto no, l’unica strategia che utilizza per contrastarlo è quella di appellarsi alla legge, evidentemente mancando il bersaglio e aumentando la frustrazione. Il Partito Socialista da parte sua chiede una riforma costituzionale che apra strada a un maggiore federalismo e al riconoscimento della specificità catalana. Ma anche qui, sembra non ci siano spazi per nessun tipo di dialogo.

Non saprei se è il fatto di essermi sentito privato di quel sottile piacere che si prova nell’acquisire un diritto che non credevo di avere, se il gioco della democrazia e il diritto di decidere hanno degli effetti contagiosi, ma mi chiedo sulla base di quale legge si possa obbligare qualcuno a essere diverso da ciò che ritiene di potere essere.

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Impresa sociale in Italia

Tra il 18 e il 19 Settembre si è tenuta a Riva del Garda la dodicesima edizione del WorkShop sull’impresa sociale. Un appuntamento, organizzato da Iris Network, che permette a imprenditori sociali, operatori del terzo settore, fondazioni ed esperti di confrontarsi sullo stato di salute dell’impresa sociale in Italia.

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Gli organizzatori hanno tenuto a sottolineare come il 2014 possa essere considerato l’anno dell’impresa sociale in Italia, l’anno di un cambiamento di velocità e di rotta nel terzo settore. Da una parte i movimenti che si registrano in ambito internazionale ed europeo, con nuovi strumenti e possibilità per chi decide di operare nel “filantropismo produttivo.” Dall’altra le promesse del nuovo governo e il nuovo progetto di legge che apre la strada ad una (necessaria) semplificazione del panorama giuridico all’interno del quale operano gli attori del terzo settore, offrendo nuove aperture a nuovi attori.  Secondo alcuni dati esposti durante il convegno, in Italia esistono 774 imprese sociali, più 574 “fuori sezione L”. Qualche numero in più si può trovare qui. Ma in un’era di grande trasformazione del welfare e dell’economia in generale, questi numeri sono destinati a inglobare realtà molto diverse tra di loro e a crescere in maniera significativa.

Sebbene non fosse tra i temi centrali del Workshop, la possibilità per la finanza di entrare nel mondo delle imprese sociali è stato un tema dibattuto e visto con timore dagli operatori del settore che temono una deriva delle finalità sociali delle organizzazioni e il rischio di speculazioni senza finalità sociale. Secondo altri, invece, nuovi attori, in un panorama giuridico chiaramente definito, non possono che aggiungere nuove energie e fare uscire il settore dall’auto referenzialità in cui spesso decide di chiudersi.

Altro tema caldo durante tutto il workshop la dicitura nel nuovo progetto che sottolinea come le imprese sociali debbano avere un impatto sociale “misurabile”. Misurare l’impatto sociale è complesso a livello teorico e pratico. Da una parte non è chiaro cosa si debba intendere con impatto sociale, dall’altro le forme e le metodologie per misurarlo sono argomenti di dibattito tra esperti e tra gli stessi attori che operano nel settore. Alcuni sospettano che l’aggettivo misurabile integrato nella legge possa rappresentare un peso eccessivo sulle spalle di piccole realtà senza capacità tecnica né risorse economiche per analizzare il proprio impatto, e allo stesso tempo un limite all’innovazione. Altri considerano invece la misurazione dell’impatto sociale come una buona pratica che dovrebbe essere inclusa in qualsiasi azione che si ponga un obiettivo sociale, fornendo un insieme di strumenti per crescere, migliorare, e comunicare i propri obiettivi e le proprie metodologie in maniera consapevole ed efficiente.

Nei prossimi mesi vedremo quali forme assumerà la legge dopo il dibattito parlamentare che, secondo il SottoSegretario Luigi Bobba, dovrebbe essere immediatamente successivo al Jobs Act. Per il momento, sembra che quella che è stata chiamata da alcuni esperti una nuova “grande trasformazione” stia prendendo gradualmente piede, anche se con i dovuti freni made in Italy, anche nel nostro paese.

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La rivoluzione dei gelsomini, quattro anni dopo

Nel gennaio del 2011 feci di tutto perché il mio volo Istanbul-Dakar che faceva scalo a Tunisi si fermasse più del previsto nella capitale della prima rivoluzione araba. Qualche giorno prima, i tunisini erano scesi per le strade e avevano destituito una dittatura di circa trent’anni. Non chiedetemi come, ma riuscii a rimanere qualche notte a Tunisi in uno scenario surreale. Ricordo bene il cammino notturno in taxi, in strade completamente abbandonate, con il tassista che sviava le mie domande su quello che era appena successo con la stessa abilità con cui allungava il tragitto per l’hotel. Un hotel semivuoto, controllato da un gruppo di militari che ispezionavano chiunque si muovesse dopo le 10 di sera.

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Il giorno dopo, Tunisi somigliava ad una città che si risvegliava dopo una grande festa: nelle strade era rimasta un’atmosfera incredula, come se nemmeno i tunisini avessero ben capito cos’erano appena riusciti a fare. I negozi riprendevano ad aprire con diffidenza, la gente nelle strade fotografava le scritte che aveva lasciato la rivoluzione e che di lì a poco sarebbero state cancellate.

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I contatti che avevo in città temevano ancora di parlare liberamente, ancora abituati al tempo in cui seduto accanto, al bar, potevi avere qualcuno pronto a denunciarti ai servizi segreti. Il mercato della città era completamente vuoto, restava solo qualche professionista attracca-turisti che in quei tempi di magra post-rivoluzionaria decise di concentrarsi su di me con tutte le sue energie. Finii per comprare del profumo di gelsomino, ad un prezzo 2 volte più caro del prezzo reale. Ma era la rivoluzione dei gelsomini ed ero abbastanza romantico da farmi suggestionare all’idea di portare qualcosa di quel clima con me.

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Quattro anni dopo, l’entusiasmo successivo alla rivoluzione ha lasciato spazio al realismo e al disincanto che ogni processo di transizione porta con sé. Tra ottobre e novembre i tunisini voteranno per il Presidente e per il Parlamento in uno scenario profondamente mutato, tra rischi di frodi,  polemiche, con una forte bipolarizzazione politica tra laicisti e islam politico,  e il rischio continuo di terrorismo e radicalismo. Quello che verrà fuori dal voto ci dirà se la Tunisia è pronta a fare un passo in avanti nel consolidamento di quel processo iniziato quattro anni fa, lanciando un messaggio all’Europa e a tutta la regione sulle possibilità di conciliare democrazia e islam. E abbiamo tutti bisogno di buone notizie.

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Decostruzione dell’antropologo sociale

L’antropologo sociale è una figura per lo più esterna alla storia.

Passa il tempo a riflettere sul mondo come se fosse un alieno uscito da chissà quale riflessione epistemologica per analizzare con lo squarciante sguardo decostruzionista tutto ciò che gli passa tra le mani. Per un antropologo sociale, ogni cosa va decostruita. La politica, la società, la razzismo, la razza, la vulnerabilità sociale, la salute, la violenza, il terzo settore, la coppia, la medicina, la religione, il sistema sociale, la migrazione, la tecnologia.

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Tutto quello che prima esisteva e aveva una vita normale, dopo essere passato dalle mani di un antropologo sociale è un concetto spacciato. Diventa una costruzione sociale. La peggiore delle categorie che possano esistere. E in quanto tale, va decostruita attraverso genealogie, archeologie e altri concetti postmoderni molto moderni, per lo più figli delle teorie francesi. Un buon antropologo non è un buon antropologo se non cita in una parte della sua esposizione almeno un concetto di Michel Foucault. Non importa quale.

Per chi non si chiarisse ancora il significato del termine decostruzione si potrebbe dire che somiglia all’atto di smontare qualcosa. Ma invece che oggetti, l’antropologo smonta i concetti. Una parola, un comportamento, un’azione. Con il suo bagaglio di strumenti che ha rubato a filosofi come Foucault, Derrida, Deleuze o altri pensatori di moda, prende un qualsiasi concetto e lo riesce smontare in pochissimo tempo.

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L’antropologo sociale è molto soddisfatto quando smonta concetti di moda nelle politiche di governo. Lo fa utilizzando anche teorie neo marxiste o comunque prospettive critiche che lo fanno sentire molto vicino alla gente e molto intellettuale critico. Alle volte per difendere il proprio approccio contro il potere egemonico etnocentrico del male, utilizza persino principi come i diritti umani che poi sono uno dei principali risultati dell’egemonia occidentale. In tanti altri casi decostruisce pure i diritti umani.

L’Antropologo sociale vive di contraddizioni e se ne rende conto. Per questa ragione, prima del pensiero decostruttivo opera un esercizio ancora più risolutivo, che è la autodecostruzione. L’antropologo lo chiama posizionamento, riflessività, soggettività. Per i non addetti, masturbazione.

E’ quell’atto per il quale, prima di smontare le cose, l’antropologo deve auto smontarsi, criticarsi in quanto soggetto informato, posizionato, saturo della propria soggettività. Così gran parte delle analisi antropologiche devono prima svolgere quella premessa di auto criticarsi, auto inverarsi, magari richiamando il ruolo nefasto delle scienze sociali e della modernità illuminista nei drammi del novecento tipo Auschwitz. Citando Bauman o Adorno.

 State attenti se li incontrate. Gli antropologi arrivano dappertutto. Schiere di antropologi di ogni parte, con questi strumenti si muovono dappertutto per criticare qualsiasi cosa. Le vittime principali dell’antropologo sono le politiche degli Stati e dei governi, o anche quelle del capitalismo. Lì l’antropologo sente di essere quell’intellettuale organico di gramsciana memoria, addirittura con il vantaggio di essere sul campo, di parlare con la gente e di costruire le sue teorie a partire dalle parole delle sue vittime. Volevo dire dei suoi soggetti di studio. Ma non cullatevi, la prossima vittima potreste essere voi. Le vostre famiglie, le vostre case, le vostre credenze. 

Arrivati a questo punto, non abbiate paura. L’antropologo è fondamentalmente innocuo. Una volta che ha abbaiato contro il sistema, contro le logiche disciplinari, una volta che ha decostruito il sistema e tutte le sue ramificazioni, la sua attività si esaurisce lì.

La sociologia positiva non fa per lui, la sociologia positiva è il male. La creazione di alternative sostenibili ai problemi che affronta è un atto di sporcizia intellettuale che non si può permettere, chissà quali crimini favorirebbe, quali nuovi Auschwitz. L’antropologo è molto geloso della sua moralità, non si sporca le mani. Mostra le mani sporche degli altri.

La decostruzione gli è sufficiente. Rende l’antropologo felice. Gli permette di godere di quel senso di superiorità con la quale può vedere tutto e tutti dall’esterno. O meglio, dall’alto.

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Napolitano II – La Restaurazione

Se il sentimento della vergogna non fosse un bene raro da quelle parti, penso che quella gente che oggi applaudiva con forza e entusiasmo alle parole di Napolitano dovrebbe vergognarsi di avere affidato ad un signore di 90 anni il destino del paese. E’ come se chiedessi a mio nonno, di fronte alle mie incapacità, di fare il lavoro al posto mio. Sono sicuro che lo farebbe meglio di me (mio nonno a 93 anni è sveglio almeno quanto Napolitano). Ciò non toglie che arriva un momento in cui bisogna assumersi anche alcune responsabilità, confrontarsi con la realtà, prendere delle decisioni.

Purtroppo, la nostra classe politica è composta da un gruppo di vecchi post-adolescenti cresciuti (male) nelle segreterie di partito che la realtà la conoscono solo da lontano, l’hanno vista passare per strada dal finestrino dell’auto, mentre andavano a decidere la linea da seguire. Anche se la linea non dovesse spostarsi, la scena fuori da quel finestrino è cambiata e questa gente si trova completamente impreparata e inadeguata a dare un orizzonte credibile a questo paese e alle sue istituzioni. Non capisce cosa e perché dovrebbe cambiare, è in preda ad uno stato confuso di negazione del presente e di nostalgia del passato.  La candidatura di Marini, ad esempio, è stata un’offesa a tutta quella gente che ha votato il PD nel nome del cambiamento coniugato con la responsabilità. A voglia a parlare di governabilità. Nel nome della governabilità si sarebbero potute proporre figure di rilievo, senza necessariamente inseguire i grillini e il web. Non necessariamente Rodotà, per capirci. Ma proporre un nome così inzuppato di vecchio regime è stata davvero un’offesa irrimediabile. Il fatto che la Bindi se la sia poi presa con l’inesperienza dei giovani parlamentari o con twitter è un’altra cosa gravissima, che mostra la saccenza, l’altezzosità senza contenuti, la disconnessione di un circolo di anziani che si crede unico interprete e depositario della democrazia e del suo funzionamento.  Oramai questa gente non guarda più la realtà da dietro il finestrino, ha proprio smesso di guardarla. Persone come Bindi, Marini e Fioroni non esiterebbero un secondo a portare indietro il tempo a quando tutto questo non c’era, quando non esisteva twitter, quando loro erano i giovani (chissà poi se lo sono mai stati), quando esisteva la Democrazia Cristiana.

L’elezione di Napolitano sancisce la restaurazione dell’ancien regime, il disperato tentativo di imporre questa inadeguatezza storica sulla realtà. E’ un viaggio indietro nel tempo, nel Novecento, un tentativo freudiano di recuperare quello che non c’è più e non può più esserci.

Ma durerà poco. Lo dice anche mio nonno.

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